domenica 27 febbraio 2011

Centro di recupero

Dopo qualche giorno passato in mezzo a una quantità esagerata di uomini, ieri Miss Loto, presa da nausea e convulsioni, ha chiamato l'amica Kira che poco dopo si è manifestata come per magia e in barba al lavoro hanno passato tutta la giornata insieme, tra chiacchiere, bevute, shopping, risate, discorsi (semi)seri, l'inaugurazione di una gioielleria e un after party sul mare. Poi, con fare misterioso, sono tornate dai loro uomini che le aspettavano con ansia al bar.

"Che avete fatto tutto il giorno?"
[Risposta vaga]
"E poi? Dove siete state?"
[Risposta vaga]
"No, ma è solo per sapere eh..."
[Risposta vaga]
".........."


Eh. Ci voleva.


sabato 26 febbraio 2011

What Men Want - Quello che gli uomini vogliono

Sono sempre stata abituata a muovermi con disinvoltura nel mondo degli uomini. Alle cene dei grandi alle quali accompagnavo mio padre da ragazzina ero l'unica femmina che s'interessava ai discorsi di lavoro, sport e politica e memorizzavo tutto - le sigarette lasciate a consumare nei posacenere di cristallo, il tintinnio dei bicchieri di whisky, le risate roche e le luci fioche. Questo mio interesse antropologico per un mondo che molto più spesso negava l'entrata alle donne è cresciuto con gli anni a pari passo della mia totale sicurezza nel frequentarlo. 
Da quando ho iniziato a lavorare qui mi capita spesso di essere invitata a incontri tra uomini ai quali vengo presentata come giornalista e collaboratrice in radio. Forse sapendomi un'addetta ai lavori gli uomini si sentono più a loro agio (in Messico, paese machista per eccellenza, le donne non siedono a tavola con i maschi), anche perché quando sono fra loro io sono come loro, a volte anche peggio di loro. E tengo banco. Non per niente mi chiamano Loto Marzotto (anche se in questo momento libico forse sarebbe meglio non fare certi nomi). Comunque.
Proprio ieri mattina il negro mi invita a raggiungerlo qui nel parco sotto casa per prendere un caffè con Rodrigo Lava e Raúl Palo, rispettivamente direttore e vice direttore della pubblica sicurezza comunale. Quando i due arrivano noto subito che Lava porta una pistola alla cintura. Mezzora dopo, parlando di armi in dotazione alla polizia, la tira fuori e, tolto il caricatore, la appoggia sul tavolo per farcela vedere. "Una volta in un poligono in Italia ho sparato con un Kalashnikov", dico ottenendo l'ammirazione del signore direttore. "Camarada, perché non la porti a sparare da noi qualche volta?" Da quel momento è fatta, ho definitivamente ottenuto la loro stima. 
Mi raccontano di un caso recente in cui, in un pueblo nelle vicinanze, la polizia è riuscita a sventare un tentato stupro arrivando sul luogo del delitto appena un attimo prima che l'uomo - che era già riuscito a legare e denudare la donna - possedesse con la forza la sua vittima. "In questi casi di quanti anni di carcere è la massima pena?" chiedo al vice. "In caso di stupro sono quindici anni di carcere. Per un tentato stupro possono essere anche dieci". "E quando si tratta di violenza domestica sulle donne?" "Ah, sono sicuro che un sacco di donne vorrebbero che i loro mariti andassero al gabbio per così tanti anni". [...] "No, io mi riferivo ai casi reali di violenza domestica". Lui sembra non capire.
Secondo il Ministero della Sanità del Messico, una donna su tre è vittima di violenza domestica e si stima che più di 6 000 donne muoiono ogni anno per cause legate alla violenza domestica. Secondo una indagine nazionale rilasciata nel 2006 sulla dinamica delle relazioni familiari, il 43% delle donne messicane che abbiano più di 15 anni di età è stato vittima di una qualche forma di violenza domestica. Il numero delle donne uccise dalla violenza domestica in Messico è superiore al numero delle donne uccise dalla criminalità organizzata. Sebbene i dati siano allarmanti, la maggior parte della gente non considera la violenza domestica un reato grave. Si cambia discorso.
"A che ora ti manda in onda il negro?" mi chiede il direttore. "In genere tra le 3.20 e le 3.30 però a volte non mi manda in onda per niente. Se le notizie da Oaxaca sono particolarmente calde il mio spazio musicale viene cancellato". A quel punto direttore e vice direttore fanno al negro la proposta per la quale lo avevano voluto vedere. Ovvero di poter avere uno spazio all'interno del notiziario, ogni lunedì, per informare il pubblico sul lavoro svolto dalla polizia e sulle statistiche che riguardano lo stato di Oaxaca. "Si tratterebbe di elencare i numeri di furti, omicidi, arresti e quant'altro sia successo nella settimana precedente..." assicura il direttore ma non fa neanche in tempo a terminare la frase che lo ammonisco "Sì, ma che sia breve eh, e che non tolga spazio a me o alla mia musica!"


martedì 22 febbraio 2011

A colazione da T. con il sindaco

In tanti anni di mestiere giornalistico non mi era mai capitato di essere invitata a un desayuno con il sindaco - né di entrare in un caffè sorvegliato da guardie del corpo, né tantomeno di essere osservata da segretari e guardaspalle per tutta la durata della colazione - fino a ieri mattina.
Il negro e Mr. Handsome (come lo chiamereste voi un elegante uomo di circa quaranta anni con due occhi verde marino e una stretta di mano decisa ma morbida?) sono amici da tanto tempo e, mi raccontano tra una forchettata di huevos a la mexicana (Mr. H) e una di mango-papaya-banana-ananas-melone (io e il negro), prima che il signor sindaco divenisse sindaco si frequentavano molto più spesso e passavano le ore a tavola a conversare. Adesso a "dividerli" c'è la politica e l'obiettività del reportero
Il partito di Mr. Handsome ha vinto alle ultime elezioni battendo il PRI, il partito avversario che governava indisturbato da ottanta anni. Qualche settimana dopo che Mr. H è stato eletto, un Cessna è precipitato nella sierra e secondo le primissime notizie a bordo di quell'aereo c'erano tutti i maggiori rappresentanti del PAN, compreso il neoeletto sindaco. Invece Mr. H l'aveva scampata.
Con i suoi occhi limpidi il sindaco mi racconta della costruzione completata al 70% di un ospedale abbandonato a se stesso e di documenti - appena ritrovati - secondo i quali l'ospedale risulti già finito e consegnato. Gli dico che anche in Italia queste cose sono all'ordine del giorno, lui mi sorride empatico, non so se partire con la filippica sulla questione rifiuti/mafia in Campania ma poi decido che per una volta tanto è bello sentire i problemi degli altri paesi, soprattutto se a raccontarteli è un sindaco giovane e bono

Huevos a la mexicana

sabato 19 febbraio 2011

Rosa mani di forbice

Qualche mese fa io e Kira abbiamo portato dei vestiti da una sarta del pueblo per farceli sistemare. Kira e la nostra amica comune Raffaella mi avevano messa in guardia contro i modi pochi professionali di Rosa, del suo ammucchiare i vestiti dei clienti contro la parete cementata senza nessun tipo di indicazione sui rispettivi proprietari e sul lavoro da eseguire. "Però tu non ti preoccupare, poi non si sa come ti consegna l'abito esattamente come lo volevi". Rosa vive nella zona U2, una delle più brutte del pueblo, in una casa di mattoni, quattro figlie femmine dagli 0 ai 16 anni sparse per casa e sul pavimento di concreto tra vestiti imbastiti, scampoli di stoffa e terriccio. Decisamente esotico. È l'altra faccia del Messico, bello perché verace. 
Nonostante Rosa pensi che non sia necessario provarmi il vestito bianco da restringere di una taglia, insisto abbastanza perché mi dica di andare di là in camera da letto, altri mucchi di vestiti buttati sul materasso. Quando rientro nel suo laboratorio mi guarda con la testa pendente da una parte, la mano a stringere il mento, assorta, come se stesse decidendo se comprare un etto di mortadella con i pistacchi o quel prosciutto di montagna appena iniziato. Poi s'avvicina, con le mani a chela mi calcola quanta stoffa avanza da una e dall'altra parte del torace e mi dice di cambiarmi. "Non crede che sia meglio prendere delle misure?" le chiedo timidamente, per non farla arrabbiare. "Ma no, un centimetro e mezzo da un lato, uno e mezzo dall'altro ed è fatta!" Así mis ojos.

Purtroppo non saprò mai se Rosa è davvero una maga delle forbici. Dopo tre mesi di esasperante attesa Kira l'altro giorno è andata a recuperare tutte le nostre cose. Oggi le abbiamo portate da Alvaro, un signore sarto che esegue le riparazioni, metro al collo e spilli a portata di mano, in un vero atelier, una casetta quadrata nel sector J munita di un camerino (un angolo riparato da un lenzuolo bianco), tutti gli attrezzi del mestiere e una radio. Perché il signor Alvaro mentre taglia e cuce batte il piede al ritmo della musica locale.



mercoledì 16 febbraio 2011

Miss Loto vince una scommessa

Con il negro, il direttore delle notizie che mi ospita ogni giorno all'interno del radiogiornale, ci passiamo le notizie. Domenica sera mi ha mandato un messaggio per informarmi della morte di una leggenda della musica e del cinema messicano in modo che potessi farne menzione durante il mio spazio musicale il giorno successivo. "Non voglio assolutamente che cambi nulla della tua scaletta, solo vorrei mandare un messaggio agli apaches che pensano che tu non sappia nulla di musica messicana" [...] Ieri, mentre mi stavo preparando per la puntata di oggi scopro che Valentino Rossi avrebbe compiuto gli anni così mando un messaggio al negro dicendogli di passare la notizia al suo cuate (amico) Pepe, che si occupa delle notizie sportive. Qualche ora dopo ci incontriamo per parlare di lavoro e mi chiede chi sia questo Valentino Rossi. Así mis ojos (un modo di dire locale - così i miei occhi - che indica il proprio stupore). Gli spiego chi è e lui cade dalle nuvole. "Tu forse non sai chi sia, ma il tuo cuate Pepe deve saperlo per forza!" Il negro fa l'errore di scommettere. Poi lo chiama e lo mette in viva voce. 

Lui: Pepe, chi è Valentino Rossi?
L'altro: Ma dici il motociclista?
Lui: Sì, di che nazionalità è, lo sai?
L'altro: Italiano.
Lui: Ma è ancora vivo o...
L'altro: È il numero uno al mondo, cabrón! Che domande mi fai?
Lui: Ho appena perso una scommessa con Loto. CLICK.

La posta in gioco era un pranzo in un ristorante del pueblo. Il negro dovrà offrirlo sia a me che al mio cuate Pepe.


Valentino Rossi

lunedì 14 febbraio 2011

Stella recupera punti

Stella e Flaco sono fratelli e lavorano entrambi in radio. Da quando ho iniziato la mia collaborazione con il negro all'interno del notiziario locale, mi sono stati affiancati nelle registrazioni. A turno Stella e Flaco mi consigliano come leggere senza che si noti, tagliano le mie gaffe, i respiri e le parolacce che mi escono quando sbaglio la pronuncia, e poi montano il parlato come se fossi una perfetta italiana che blatera in spagnolo di musica e altre cose.
Stella ha ventiquattro anni, si è laureata con una tesi sulla Radio commerciale Vs la Radio Culturale, e ogni volta che mi vede arrivare si illumina con un sorriso di benvenuto. Tra una registrazione e l'altra abbiamo iniziato a conoscerci e da qualche tempo siamo entrate in confidenza. L'altro giorno stavamo parlando del mestiere del giornalista.

Lei: È da poco che fai questo lavoro?
Io: No, a dire la verità sono dodici anni che faccio la giornalista.
Lei: [...] 
Io: Be', magari non sembra, ma io ho trentacinque anni, posso capire che ne dimostri di meno e quindi...
Lei: [...]

Ora, io non so se offendermi perché mi sono sentita dare della vecchia o perché mi sono sentita dare dell'incompetente. Comunque questo succedeva lunedì scorso. Oggi era di nuovo giorno di registrazione, e Stella era seduta al suo posto, seminascosta dall'immenso Mac che regna sulla scrivania, con il suo immancabile sorriso. Siccome ieri è scomparsa una leggenda della musica e del cinema messicano, Manuel Esperón, le stavo chiedendo di farmi sentire le varie versioni che avevano di una delle sue più celebri canzoni, Amorcito Corazón, per metterla nel programma di oggi. Mi fa il nome di un certo Víctor García, di cui avevo letto proprio il giorno prima. "Conosco Víctor García!" dico. "È quel chavo (ragazzo) che ha la mia stessa età!" Poi la guardo, lei mi guarda e aggiungo "Be' oddio, chavo, è quel vecchio che ha la mia età", ottenendo la sua risata cristallina. Messo in chiaro che ho iniziato a lavorare in radio qui in Messico e che non l'avevo mai fatto prima (eh sì, ho passato tutta la settimana a scervellarmi su cosa volesse dire quel silenzio e sono giunta alla conclusione che il suo "è da poco che fai questo lavoro?" si riferisse alla radio), mentre stavo sistemando le cuffie e mettendo via il microfono rompe il silenzio. "Sai, nonostante tu sia qui da relativamente poco tempo lo parli proprio bene lo spagnolo". 

Stella si è meritata un invito a pranzo. Mercoledì io e Kira la porteremo dall'indiano. E se non le dovesse piacere... be', la vendetta è un piatto da servire speziatissimo.

Manuel Esperón

sabato 12 febbraio 2011

Highly strung is over

Ieri avevo i nervi a fior di pelle. Anzi, a dire la verità erano due settimane che me ne andavo in giro tesa come la corda di un violino. Juan deve essersene accorto, perché lunedì mi ha fatto giungere la voce che il venerdì (cioè ieri sera) non avremo più ballato, salvo rivelare due giorni dopo che lo aveva detto solo per tranquillizzarmi (!). Non solo. Tutto il mondo sa che quando sono nervosa è meglio lasciarmi stare, anzi è consigliabile proprio girare al largo. In otto anni che stiamo insieme Wolf ha avuto modo di conoscere il mio lato oscuro e perciò credevo che anche in questa occasione - l'imminente presentación - si sarebbe limitato ad abbozzare con indifferenza alle mie dichiarazioni di guerra a Juan e compagnia bella. Invece no. Giovedì sera, di ritorno dalle prove a teatro, ero talmente esausta che sono sbottata e tra le lacrime ho dato il via alla mia filippica ma Wolf, invece di nascondere la faccia dietro a un quotidiano, correre a comprare le sigarette o scendere a bere una birra con chef, ha fatto l'errore di trasformarsi in un pasionario prendendo le mie difese e dicendomi cosa avrei dovuto dire a Juan quando mi sentivo trattata male (proprio tu, Wolf, marito mio). In pochi secondi il mio metro e sessantaquattro di altezza si è gonfiato fino a diventare un mostro nero dalle fauci spalancate e solo a quel punto Wolf ha capito che era meglio squagliarsela. 
Ce l'avevo con Juan perché il giorno prima dello spettacolo mi aveva inserita in un'altra parte di una coreografia che non avevo mai ballato prima e avevo solo una notte di tempo per memorizzare i passi (il che naturalmente significa che non ho chiuso occhio pensando ai movimenti da fare). In più, quando ci siamo ritrovati tutti al teatro alle 5 per le prove generali mi sono accorta di essere l'unica con il trucco nonostante Juan ci avesse chiaramente detto di presentarci già truccati. Il mio brusco saluto è stato chiedere delucidazioni in proposito per sentirgli dire che l'italiana (da qualche giorno mi chiama così) come al solito aveva capito male. Fortunatamente poco dopo è arrivata Bianca, anche lei truccata di tutto punto. Ci siamo guardate e ci siamo sentite immediatamente meglio (anche se rimaneva il mistero delle altre quindici ragazzine acqua e sapone). Del pomeriggio ho fissato nella memoria le immagini del riscaldamento fatto sotto al sole e poi al tramonto, le prove filate lisce, le chiacchiere e i massaggi per sciogliere i muscoli, le due volte che mi sono fatta accompagnare in bagno da Yole presa dal panico e la vestizione finale. Due ore dopo eravamo tutti pronti per andare in scena sotto il cielo stellato del Teatro del mar. Poi nero, luci, pubblico, musica, cou de pied, ronds de jambe, attitude, applausi, abbracci e baci tra i ballerini. Santa Cruz è stata nostra per una notte.