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venerdì 9 maggio 2014

Il calcio e la politica

Nello stesso giorno in cui in Ucraina si disputava la finale di Euro 2012, in Messico si decidevano le sorti del paese con le elezioni presidenziali. Nel pomeriggio i giocatori di Spagna e Italia correvano dietro a una palla, si facevano falli a vicenda, sudavano, tentavano tiri da lontano, da vicino e mettevano in porta uno, due, tre quattro gol agli avversari azzurri. A partire delle 8 del mattino più di 49 milioni di messicani si recavano alle urne per votare il proprio candidato tra Andrés Manuel López Obrador, Josefina Vázquez Mota, Gabriel Quadri ed Enrique Peña Nieto. Sul campo verde di Kiev la lotta corpo a corpo, sul campo politico dell'intero paese messicano la lotta dei conteggi che poco dopo la mezzanotte davano per certa la vittoria di Enrique Peña Nieto. 

Nei mesi precedenti al 1° luglio 2012, il candidato del Partido Revolucionario Institucional (71 anni consecutivi di governo corrotto – 1929-2000 – che lo scrittore Mario Vargas Llosa, Premio Nobel per la letteratura, aveva chiamato la “dittatura perfetta”), era stato dato come favorito da tutti i sondaggi. Nelle settimane precedenti al 1° luglio centinaia di video postati su Youtube denunciavano l'acquisto di voti da parte del PRI in cambio di 500 pesos (poco più di 30 euro). Il parallelismo tra il calcio e la politica in questo caso è facile, considerato lo scandalo scommesse. Ma c'è un'altra analogia forse più sottile, che lega Messico e Italia, il calcio e la politica. 

Come un celebre imprenditore italiano poi divenuto presidente dell'Associazione Calcio Milan e in seguito dello stivale, anche Enrique Peña Nieto viene dalla televisione. Non ne è proprietario, ma Televisa (in cambio di denaro e favori) è stata la sua più grande sostenitrice, assicurandogli una copertura favorevole nei notiziari più importanti e nei programmi di intrattenimento mentre allo stesso tempo screditava Andrés Manuel López Obrador, il rivale più temuto. Tanto che nella sua tournée per il paese, il giovane candidato priísta veniva accolto dalle donne come un divo di Hollywood. Come il celebre imprenditore milanese, anche Enrique Peña Nieto è convolato in seconde nozze con una attricetta di serie b, tale Angélica Rivera, conosciuta anche come La Gaviota per via di una telenovela di cui è stata protagonista (si dice che la prima moglie, morta di una strana malattia, sia stata fatta fuori dal PRI). E come il celebre imprenditore, anche il nuovo presidente del Messico sa fare buon viso alle situazioni più imbarazzanti. 

Lo scorso dicembre alla Feria Internacional del Libro de Guadalajara, quando durante una conferenza stampa gli chiedevano quali tre libri lo avessero segnato politicamente, El copete (il soprannome che gli è stato affibbiato per via della pettinatura con ciuffo) colto alla sprovvista – perché che vuoi che ti chiedano a una feria del libro – assicurava che la Bibbia, della quale aveva letto solo alcuni passaggi, era stata importante per la sua formazione politica, confondeva titoli di libri e autori e si arrampicava sugli specchi per cinque lunghissimi minuti. 

Come se non bastasse, qualche mese dopo, ospite dell'Università Iberoamericana, veniva praticamente cacciato dall'ateneo al grido degli studenti “la Ibero non ti vuole” o “codardo” o ancora “Atenco non si dimentica!” (ritenendolo colpevole del massacro di San Salvador Atenco) e lui, un attimo prima di entrare nell'auto blu e darsi alla fuga, si limitava a sorridere falsamente mostrando il pollice proprio come avrebbe fatto il suo collega italiano. O forse no. No, certo, adesso che ci penso l'altro avrebbe sorriso falsamente e mostrato il dito medio.

(uscito nel settembre 2012 su Mexican Radio: una reporter in terra di mariachi, il blog che pubblico ogni mese su Freequency, la rivista per iPad che si può scaricare gratuitamente qui

Enrique Peña Nieto alla Feria Internacional del Libro (GDL, México)

giovedì 8 maggio 2014

Josefina Vázquez Mota: dimmi che film vedi e ti dirò chi sei

Ipotizziamo che i politici italiani vedano film. E non parlo di Walter Veltroni perché lui ci ha pure scritto due dizionari sentimentali. E Giorgio Napolitano, si sa, ha persino fatto la fila al botteghino per assicurarsi due biglietti per Le idi di marzo. Ma Silvio Berlusconi, per esempio, avrà visto più volte Giovannona Coscialunga, disonorata con onore o L'allenatore nel pallone? E Francesco Rutelli si sarà mai immedesimato in L'arte di arrangiarsi?

Da questa parte del mondo il presidente Felipe Calderón ha tagliato corto dichiarando che non guarda produzioni nazionali che parlino male del paese. Né Miss Bala, che posa lo sguardo sul problema del narcotraffico di cui Calderón è in parte corresponsabile, né 0.56%, il documentario che racconta e analizza quella percentuale che gli ha fatto vincere le discusse elezioni del 2006 battendo di neanche un punto il diretto rivale Andrés Manuel López Obrador, né tantomeno Presunto culpable, che mette in (cattiva) luce tutte le debolezze del corrotto sistema giudiziario messicano. Eppure non tutti la pensano come lui.

Josefina Vázquez Mota, che potrebbe essere la candidata del PAN, Partido Acción Nacional, alle prossime elezioni presidenziali e, a voler essere ottimisti, la prima presidente donna del Messico, non solo ha visto Presunto culpable, ma ne ha anche tessuto le lodi. Pochi giorni prima di incontrarla durante la sua estenuante tourneé promozionale per il paese, avevo saputo delle dichiarazioni di Calderón – anche lui panista – sul cinema, così non mi sono potuta trattenere dal chiederle cosa pensasse lei del documentario di Roberto Hernández e Geoffrey Smith.

Secondo la Vázquez Mota tutte le espressioni, specialmente se provengono dalla cultura, devono essere rispettate. “Fa parte della libertà di parola e dobbiamo salvaguardarla perché quando si attenta alla libertà di espressione si attenta a tutte le libertà. Un film come Presunto culpable è un richiamo di attenzione. È un atto obbligato e un riflesso di quello che siamo riusciti a costruire e allo stesso tempo di tutto quello che dobbiamo ancora fare in questo paese. Se c'è qualcosa che genera mancanza di speranza e disperazione è proprio l'impunità e la corruzione”.

Magari Josefina Vázquez Mota non sarà il prossimo presidente del Messico, ma è bello pensare che una donna come lei possa un giorno governare un paese come questo.

(uscito nel febbraio 2012 su Mexican Radio: una reporter in terra di mariachi, il blog che pubblico ogni mese su Freequency, la rivista per iPad che si può scaricare gratuitamente qui